Un pugno di uomini sfocati
Marco Rossari
Ci sono libri che si affacciano
senza clamore, se ne stanno lì acquattati in un angolo della libreria ed escono
di scena senza avere sollevato polemiche, senza pretese generazionali e senza
visioni del mondo (anche se, in fondo in fondo, un libro – per quanto modesto –
una visione del mondo ce l’ha in ogni caso). Il loro grande difetto, che è
naturalmente un pregio, è l’apparente semplicità, la dimessa esplorazione di un
tema poco all’ordine del giorno, la meticolosa analisi di una vicenda passata.
Erano settimane che I fogli del capitano Michel di Claudio Rigon (Einaudi 2009,
pp. 199) esercitava, proprio per questa sua renitenza, una forte attrazione su
di me. E l’attesa non è andata delusa.
“Io di professione faccio
l’insegnante, di fisica, alle scuole superiori. È il mio mestiere. Oltre a
questo faccio fotografie.” Nell’incipit c’è già tutta l’acribia di questo
esploratore curioso, classe ’48, nato a Vicenza, che si aggira nel corso degli
anni sull’Altipiano di Asiago, per calcare le orme di chi vi si è stato catapultato
nella grande guerra, rinvenirne le tracce e conservarne la memoria. Un giorno,
mentre svolge una ricerca bibliografica al Museo del Risorgimento, scopre
dapprima una serie di piccole fotografie appartenenti alla “Donazione Michel” e
quindi un fascio di documenti, tra i quali duecentocinquantasette fonogrammi,
piccoli dispacci sul fronte tra un comando e l’altro, risalenti all’estate del
1916.
Da lì, un po’ detective e un po’
storico, Rigon inizia a riannodare i fili della vicenda del battaglione Argentera
sull’Ortigara, ordinando cronologicamente i fonogrammi – vere e proprie tessere
di un puzzle – e ricostruendo con l’operosità di una staffetta il contesto
topografico (frequenti le sue escursioni in loco) e bibliografico (da Gadda a
Lussu, fino alle pubblicazioni di nicchia) dal quale sono usciti. È così che
restituisce questi laconici messaggi in bottiglia alla loro vicenda prima
storica e poi umana. I nomi dei soldati, il dramma del gelo e della paura, le
reazioni coraggiose e meschine, i piccoli furti e le diserzioni: tutto emerge
dalla nebbia del passato gradualmente, senza enfasi, con una misura proprio per
questo ancora più toccante.
Se il poeta poteva trasfigurare
liricamente il conflitto (Clemente Rebora, per pescarne uno fra i tanti: “…Tra
melma e sangue / Tronco senza gambe / E il tuo lamento ancora, / Pietà di noi
rimasti / A rantolarci e non ha fine l’ora…”), il memorialista oppone una prosa
asciutta, ma non per questo meno efficace. Anzi. Provare a tornare in quelle
trincee con lo sguardo del superstite sarebbe un imperdonabile errore retorico
(che pure in molti commettono, nella foga di colmare la distanza che li separa
dall’orrore storico), così quando Rigon capisce il retroscena di un foglietto
ambiguo (“I soldati Giacosa, Graneris e uno ‘sconosciuto dell’ottavo’ sono
morti e dell’ultimo non si conoscono le generalità essendo tuttora il cadavere
in luoghi battuti”) lo commenta in un paragrafo secco: “Lo ‘sconosciuto
dell’ottavo’ non è un soldato di un altro reparto, come avevo sempre creduto,
ma uno dei nuovi arrivati (…). Quelle tre parole – chiuse fra delle virgolette
che sorprendono in un bigliettino di trincea – mostrano quanto fosse sentito
invece ancora come un estraneo. Riescono a dire, di quella morte, e più di
qualsiasi altra frase o pensiero, la totale, assoluta, desolata solitudine”.
Ma sarebbero tanti i passi da
citare, in questo libricino prezioso e antico che, interrogando la storia e la
memoria con rispetto, racconta un pugno di uomini sfocati, molto umani e poco
epici. Credo che I fogli del capitano Michel sarebbe piaciuto a Mario Rigoni
Stern e a Primo Levi, e forse non si può trovare complimento migliore di
questo.
Pubblicato da m.rossari il 09-06-10
il richiamo della foresta